L'orrore
Non sapevano nulla di me, eppure mi odiavano. E si divertivano.
L’inizio del pestaggio fu, senza ombra di dubbio, il momento in cui ho provato il maggiore terrore della mia vita. Un terrore reso ancora peggiore dal fatto che fosse gratuito, e dalla malvagitá che percepivo.
Nella pagina provai a rappresentare tutte insieme le cose che stavano accadendo simultaneamente, in un tempo breve.
Non posso dire quanto. La logica mi porta a pensare che, se sono sopravvissuto a quella violenza, non possa essere durata più di qualche minuto.
Ma per me fu un tempo infinito.
E di quei minuti, ho dei ricordi ben precisi:
La mia voce
Non smettevo di gridare. La mia stessa voce, stridula, mi trafiggeva il cervello e i timpani.
Sembrava la voce di un altro.
La posizione fetale.
Come dimostrarono i referti medici, è la stessa posizione che assunse la maggior parte di quelli che subirono il pestaggio alla Diaz.
L’istinto ti porta a coprirti la testa e a rannicchiarti, per diminuire, il più possibile, la superficie esposta ai colpi.
Il lampo bianco.
L’unico vero ricordo visivo di quel momento, perché avevo gli occhi chiusi.
Ricordo chiaramente una scintilla luminosa e un dolore acuto ogni volta che mi colpivano alla testa.
Gli insulti e le risate.
Accanto al mio orecchio, ciò che sentivo.
Per loro ero frocio, probabilmente a causa della maglietta rosa e dei capelli lunghi.
E un comunista. Senza sapere nulla di me.
L’alternarsi dei poliziotti.
Impossibile dire quanti fossero. Ma ricordo che si alternavano.
Dopo qualche manganellata, alcuni andavano su per le scale, alla ricerca di altri fuggiaschi. Ma appena uno andava via, altri prendevano il suo posto.
Impossibile anche dire quanto durò.
Ma era solo l’inizio.
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